Contro la discriminazione una lotta continua

Parla Idris Sanneh, ospite di Cursi, in una giornata dagli alti contenuti morali

Idris Sanneh

Non si tiene mai sufficientemente alta la guardia sui problemi legati al razzismo e alle sue più becere espressioni. Meritevole dunque il gesto del sindaco di Cursi, Edoardo Santoro, che ha conferito, proprio nei giorni in cui lo storico Irving, negazionista rispetto all'Olocausto, veniva condannato a tre anni di detenzione per l'aver appunto propugnato la inesistenza dei campi di sterminio, la cittadinanza onoraria a Mark Zoro, il giocatore del Messina che, oggetto di cori razzisti da parte dei tifosi interisti, aveva per protesta interrotto il gioco e si era rifiutato di proseguire sino a che l'arbitro e il pubblico non avessero messo gli incivili in condizioni di desistere da simile atteggiamento. Nell'ambito della manifestazione organizzata dal comune di Cursi, un ospite e testimonial d'eccezione Idris Sanneh, immigrato in Italia nel 1972, laureato in scienze politiche in Italia, giornalista, uomo di spettacolo. Una intelligenza brillante e grande comunicatore. Ci vuole poco a intenderlo.

D.: Il suo pensiero su questa vicenda.

R.: Mark Zoro è persona semplice e sensibile, un bravo ragazzo, e il suo gesto, pur apparentemente goffo, nella sua immediatezza, ha generato un segnale fortissimo nel mondo del calcio; un gesto che definirei nobile. Con il suo comportamento Mark ha detto basta in modo istintivo, non meditato, e per questo da apprezzare ancora di più perché genuino; ha detto basta perché non ne poteva più di quegli insulti, delle umiliazioni che toccano la dignità, ha detto basta alle provocazioni, alle prevaricazioni ma non solo per se stesso, perché, a questo punto, dobbiamo intendere che Mark Zorò abbia voluto dire basta anche per quanto di analogo alla sua vicenda coinvolge tante altre persone che giocano al calcio.

D.: Quindi una vicenda il cui significato supera le circostanze del singolo caso...

R.: "E' proprio così, lo ribadisco, Zoro ha voluto stigmatizzare quanto subito perché situazione paradossale, assurda e contraddittoria: Mark, come tanti altri, lavora tutti i santi giorni gomito a gomito con i compagni, con professionalità, impegno, passione, poi accade che la domenica, proprio nel momento topico, quando si deve lottare e sudare insieme per centrare il risultato, subentrano i fatti di discriminazione. Intendo proprio discriminazione, nella accezione più ampia del termine, non solo razzismo, e quindi il gesto di Zoro non vale solo per i calciatori neri ma anche per qualsiasi atleta che abbia una provenienza "diversa".

D.: Quanto accaduto al calciatore del Messina è allora un triste feno­meno diffuso e partecipato?

R.: L'offesa alla dignità dei calciatori stranieri o di provenienza "diversa " purtroppo è frequente sui campi di calcio, siano anche essi dei campionati minori; addirittura questa becera abitudine prende piede anche nei tornei fra quartieri, sono forme di discriminazione, non dì razzismo, pura discriminazione. Un esempio? Qui al Nord, dei "terroni" parlano malissimo, quando gioca una squadra del Meridione cominciano a bersagliare i giocatori con appellativi e frasi non esattamente carine e cordiali, tutt 'altro, cominciano a dir loro qualsiasi cosa, certamente non cordialità, anche se in quella squadra non milita alcun calciatore di colore; si tratta dì forme di discriminazione e xenofobia.

D.: Un contesto distante dallo spirito sportivo quello offerto dai campi di gioco...

R.: Non esattamente non è sempre il caso di esagerare: quanto avviene è da intendersi come volontà di sminuire l'impegno del giocatore oggetto di quelle particolari "attenzioni ", si vogliono creare le condizioni psicologiche ed ambientali che ne condizionino la concentrazione e la prestazione atletica, quindi la discriminazione e 'è ma, per fortuna, si deve anche intendere anche come mera discriminazione non razziale ma di compagine e noi dobbiamo comunque augurarci che il fenomeno possa limitarsi sempre più a questa dimensione, perché sarebbe davvero gravissimo se solo per la pigmentazione della pelle i giocatori dovessero essere bersagliati o peggio, umiliati.

D.: Allora con quale predisposizione dobbiamo considerare il tutto?

R.: Con vigile coscienza e presenza di spirito perché ... quando il gioco duro, allora i duri devono giocare, e dobbiamo ricordare che i duri non sono solo quelli che sono in campo e interpretano con intelligenza le circostanze del caso, ma i duri sono purtroppo anche sugli spalti, perché sono duri gli ignoranti, coloro i quali ignorano che anche nella squadra per la quale tifano, ci sono giocatori di colore, ci tono stranieri; ad esempio proprio quanto accaduto a Zorò, in occasione della partita contro l'Inter, è indicativo di questa condizione: i nerazzurri sono una squadra che gioca, non di rado, anche con Il stranieri, quindi gli pseudotifosi interisti che ululavano all'insegna di Zorò e lo schernivano con cori offensivi, sono un gruppo di ignoranti. Questo è chiaro.

D.: Possiamo dire che la considerazione dell'altro è un "fatto" di conoscenza e passa dalla coscienza di se stessi, dalla consapevolezza della propria realtà, sia essa vissuta nel rettangolo di gioco, sugli spalti, nella vita quotidiana?

R.: Ritengo di sì. Io, personalmente, non posso dire di essere stato discriminato direttamente, ma lo sono in modo indiretto tutti i giorni: è una lotta continua, sembra difficile da credere, perché le mie capacità, lo avverto in qualche caso a pelle, sono sottovalutate perché sono nero. E questo, credetemi, non è accettabile, nel XXI secolo, in cui ormai si parla in termini di villaggio globale, in cui la cultura ha una dimensione mondiale, gli scambi sono planetari. Io vengo da un continente ricchissimo, che a suo tempo è stato depredato. Noi non vogliamo risarcimenti per quello che è stato un passaggio storico ormai archiviato nei libri, ma oggi non posso accettare che nonostante noi siamo le persone teoricamente più ricche del pianeta viviamo ancora in uno stato di minorità economica e quando ci muoviamo siamo ancora visti come 'gli uomini neri' da parte di chi vive delle risorse del nostro sottosuolo. Le economie dei paesi occidentali sono state costruite sul lavoro delle braccia degli schiavi - afferma con fierezza il principe Mandinga -. Oggi continuano a fare la voce grossa davvero senza titolo! Non voglio essere accusato di vittimismo, ma se fosse possibile ancora oggi qualcuno penserebbe in termini di colonialismo. Non è una assurdità: c'è ancora chi pensa che culture diverse come la nostra siano delle sottoculture e dunque che chi è portatore di questa diversità sia discriminabile.

CATEGORIA
dai giornali
DATA PUBBLICAZIONE
6 marzo 2006
FONTE
L'Ora del Salento del 25 febbraio 2006
AUTORE
Paolo Lojodice
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