Il Salento celebra Zoro, festa contro il razzismo.

Cursi dà la cittadinanza onoraria al calciatore del Messina. "Grazie, non potevo mancare".

CURSI - La piazza come uno stadio, ai lati due gradinate in ferro gremite di bambini. Sul palco, quasi sospeso tra il municipio e la chiesa madre, il consiglio comunale al completo convocato in seduta straordinaria. Attorno entusiasmo genuino, un venticello di festa, il sapore riconoscibile di quello che per un paese di poche migliaia di anime può essere a ragione considerato un evento.

Cursi, ieri mattina, era tutta lì. Con i suoi amministratori pubblici, con i suoi preti, con le sue maestre, con le sue famiglie a consegnare le chiavi della città a Mark Zoro, al calciatore che è diventato il simbolo della battaglia contro il razzismo negli stadi. «Attenzione, io non conduco battaglie per partito preso. Io non sono qui ad alzare un vessillo che non mi appartiene. Io sono qui perché, dopo quanto accadde nella partita con l'Inter, questa gente del Salento mi ha offerto la prova più sincera di solidarietà. Non potevo mancare. Sono commosso».

L'occhio è lucido, lo sguardo attonito. Zoro, difensore ivoriano del Messina, è a Cursi per testimoniare la spontaneità del gesto compiuto il 27 novembre scorso, dopo il «buu», l'ultimo di una lunga serie, riservatogli da una manciata di ultras dell'Inter. «Se ne sono dette tante. Mi hanno appioppato l'etichetta del calcolatore - racconta il calciatore africano - perché secondo qualche benpensante il mio obbiettivo, visto che il Messina perdeva, era far sospendere la partita. Mi hanno affibbiato il bollino di chi andava in cerca di pubblicità a buon mercato, come se dolersi per un verso scimmiesco non sia umanamente possibile.

A Cursi, invece, hanno capito la natura vera, istintiva, della mia reazione. Già il giorno dopo il fatto volevano che fossi qui». La natura istintiva della reazione di Zoro, secondo il sindaco Edoardo Santoro, va spiegata «con l'atteggiamento del bambino che, decide di mettersi sotto braccio il pallone e di finirla lì con un gioco che non gli piace più».

I ragazzini della scuola elementare, soprattutto quelli appollaiati sotto lo striscione «Prendiamo a calci l'intolleranza e la violenza», applaudono convinti. Zoro li osserva e addolcisce lo sguardo, mentre nei suoi pressi è in corso una parata altrettanto intenerita.

Alla consegna della cittadinanza onoraria presenziano i senatori Maritati e Chirilli, il deputato Rotundo, gli assessori provinciali Calò e Scognamillo, la dottoressa Garzia in rappresentanza del ministro Prestigiacomo. Il bravo presentatore legge i messaggi di Vendola e Veltroni, dell'assessore regionale Godelli e del prefetto leccese Casini. Emanuela Gabrieli canta un pezzo di culto alla «Notte della Taranta» e decine di bimbi, in cerchio, ballano una formidabile pizzica.

L'avvocato Mormando, consigliere nazionale della Federcalcio, dice poche cose. Ma lasciano il segno. «Fece bene Zoro a prendere il pallone sotto braccio ed a minacciare di andarsene. Sarebbe stato addirittura meglio, se l’arbitro avesse spedito le due squadre negli spogliatoi e la partita fosse terminata in quel preciso istante. Il governo del calcio italiano non lesinerà sforzi per vincere il razzismo negli stadi».

Lì a fianco Zoro, in gessato d'ordinanza pur senza cravatta di rito, annuisce e sostiene che da quel 27 novembre qualcosa è cambiato. «Me ne accorsi già la domenica successiva a Treviso, attraverso l'atteggiamento, finalmente tollerante, dei tifosi avversari. Ne ho avuto la conferma oggi a Cursi, una comunità che dal 1965 aiuta le popolazioni della Tanzania e dimostra di avere da sempre un grande cuore». Così saluta Zoro, cittadino salentino ad honorem.

CATEGORIA
dai giornali
DATA PUBBLICAZIONE
27 febbraio 2006
FONTE
Corriere del Mezzogiorno del 21/02/2006
AUTORE
Michele Pennetti
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